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È uscita recentemente la lettera Enciclica di Papa Leone “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” e in comunità abbiamo iniziato la lettura.

Ci hanno colpito alcune espressioni iniziali che presentano due icone bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme al tempo di Neemia.

Le abbiamo trovate molto corrispondenti alla realtà storica in cui siamo inseriti.

Costruendo la torre di Babele gli uomini hanno il vantaggio di avere una stessa lingua, la possibilità di una comunicazione condivisa, un’unica tecnologia, una direzione unica.

Ma il progetto nasconde un’insidia molto pericolosa: si fa tutto senza il riferimento ad un Essere superiore, si vive una uniformità che elimina le diversità, si sceglie l’omologazione invece della comunione.

Il tutto all’insegna dell’autosufficienza, dell’assolutizzazione dell’umano, del sacrificio della dignità delle persone e il rifiuto della benedizione divina.

Quando, invece, Neemia è chiamato a ricostruire le mura di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese si mette in silenzio davanti alla distruzione della città, non impone soluzioni dall’alto, ma convoca persone singole e famiglie, ascolta tutti, distribuisce i lavori da fare affidando a ciascuno un compito specifico, coordina, sostiene, affronta insieme le difficoltà e… termina insieme il lavoro.

Questo, perciò, è frutto del lavoro di tutti e non di una singola persona. Il valore che sostiene il progetto è la comunione tra le persone e con Dio.

La proposta che scaturisce da queste riflessioni è di seguire la “via di Neemia”: costruire insieme, trasformare le diversità in risorse, ascolto e dialogo, comunione e solidarietà, orientare e vivere motivazioni profonde che risalgono alla presenza di Dio nella storia e nel cammino dell’umanità.

don Marco Demattè